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SABAUDIA: Si al Bike Sharing sul nostro territorio. Di Lascio, un' iniziativa sostenibile.
“L’Associazione Culturale Idee e Valori lancia l’idea di dotare Sabaudia di un servizio di bike sharing. Il Bike sharing, traducibile come condivisione della bicicletta, è uno degli strumenti di mobilità sostenibile a disposizione dei Comuni che intendono ridurre i problemi derivanti dalla congestione stradale e il conseguente inquinamento, afferma il Segretario e consigliere comunale Flavio Di Lascio. Il tutto consiste nella messa a disposizione dei cittadini di una serie di biciclette di proprietà comunale, dislocate in diversi punti di parcheggio, che i cittadini possono utilizzare durante il giorno con il vincolo di consegnarle alla fine dell'utilizzo presso uno dei vari punti di raccolta. Già diverse città turistiche hanno introdotto tale strumento ricevendo numerosi ritorni di carattere ambientale e di immagine, pensiamo a Rimini, Abano Terme, Roma. Al momento in Italia si possono contare circa 3.500 biciclette a disposizione della cittadinanza e spesso tutte utilizzabili con la stessa chiave. La chiave brevettata non è duplicabile pertanto tramite il codice interno è possibile sapere sempre chi ha in uso la bicicletta. Crediamo, prosegue Di Lascio, che il bike sharing possa bene adattarsi al nostro splendido territorio. L’iniziativa potrebbe essere messa in campo anche in accordo con il Parco Nazionale del Circeo per incrementare le visite in foresta. Prevedere delle stazioni di noleggio magari sul lungomare e nel centro, per decongestionare il gravoso traffico estivo e dare la possibilità ai tanti visitatori di godere realmente del mare e delle altre nostre innumerevoli bellezze naturali. Un’ idea quindi che ha il duplice obiettivo di essere totalmente sostenibile e di offrire un servizio in più alla collettività, conclude il consigliere Di Lascio.”
Sabaudia: “Idee e Valori” in campo per la questione punteruolo rosso. Presentata un’ interrogazione parlamentare a firma dell' Onorevole Marcello De Angelis (Pdl).
Ormai il coleottero punteruolo rosso è diventata una vera e propria emergenza nazionale. In provincia di Latina è andato distrutto un’ enorme patrimonio storico-culturale di palme che caratterizzava fortemente il nostro territorio, afferma il Segretario di Idee e Valori Flavio Di Lascio. Certo, alcuni sporadici risultati si sono avuti, come ad esempio a San Felice, ma secondo la nostra visione l’emergenza è tale che i Ministeri competenti devono necessariamente intervenire in modo puntuale e preciso. I Comuni e gli amministratori da soli non possono più farsi carico dei costi di smaltimento dei resti, così come i privati. Per questo abbiamo presentato, tramite l'onorevole Marcello De Angelis (Pdl), un’interrogazione a risposta scritta volta a sapere innanzitutto se sia stata fatta ad oggi una ricognizione dei risultati conseguiti nella lotta all’insetto con i prodotti fitosanitari autorizzati, visto e considerato che l’epidemia non cessa, ma anzi si sta allargando in più zone. In più si è chiesto di valutare la possibilità di istituire un Tavolo tecnico-scientifico permanente interministeriale composto da esperti per monitorare la situazione. Nel concreto si chiede ai Ministri Zaia, Prestigiacomo e Sacconi di istituire un Fondo finanziario rivolto agli Enti Locali che stanno combattendo il problema. E’ impensabile che una emergenza dichiarata tale anche dall’Unione Europea, non possa prevedere forme di contributi e di aiuti del governo centrale. E’ dal novembre 2007 che le singole amministrazioni stanno contrastando il grave fenomeno, investendo ingenti somme di denaro, prosegue Di Lascio. Grazie all’impegno dell'onorevole Marcello De Angelis cercheremo di avere risposte certe, quantomeno sapere come si voglia proseguire sul tema in termini di azioni. Ad esempio Sabaudia, città del Parco Nazionale, sta vivendo una situazione critica. Centinaia di palme sono morte e ciò sta causando una vera e propria distruzione dell’ambiente; il Comune e l’ente Parco da soli non possono fronteggiare costi di smaltimento giunti oramai a cifre esorbitanti. Ci sembrava giusto intervenire, conclude Di Lascio. Da parte sua l'on. Marcello De Angelis dichiara: il punteruolo rosso da tempo sta distruggendo una inestimabile ricchezza naturale. Sono certo che il Governo troverà i fondi e gli strumenti necessari per aiutare gli enti locali nel combattere tale scempio”.
SOS ABRUZZO
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Sabaudia: Soddisfazione per i nuovi innesti nell'amministrazione. Adesso guardiamo al futuro.
Sabaudia: “Idee e Valori” per il risparmio energetico, si all’illuminazione pubblica a Led. Una scelta responsabile per la città del Parco.
Sabaudia: Destinazione del 5 per Mille. Di Lascio, un gesto altamente solidale.
Sabaudia: Il Regio Decreto di istituzione della città abrogato dalla Legge di semplificazione normativa. Di Lascio, inviata una nota al Ministro Calderoli.
In merito al dibattito emerso in questi giorni sulla cancellazione di alcune norme inerenti la costituzione di città della provincia pontina, l'Associazione Idee e Valori ha scritto al Ministro competente.
“Con la Legge di conversione 18 Febbraio 2009, n. 9, recante misure urgenti in materia di semplificazione normativa è stato abrogato, tra gli altri, anche il Regio decreto legge 4 Agosto 1933, n. 1071 che sancì la costituzione della città di Sabaudia nell'agro pontino. Abbiamo immediatamente scritto al Ministro Calderoli per chiedere di verificare se tale cancellazione possa inficiare la titolarità del comune e dei suoi atti, afferma il Segretario di Idee e Valori Flavio Di Lascio. E' stato un gesto dovuto, anche se da notizie pervenuteci dal Dipartimento affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio di Roma, tale abrogazione non comporterà conseguenze negative. Sotto il profilo emotivo crediamo comunque che la cancellazione dell'atto di nascita di Sabaudia sia da eliminare quanto prima. La legge 29 Gennaio 1934, n. 200, di conversione del regio decreto, rappresenta per l'intera Comunità un elemento di altissimo valore storico e culturale. Si tratta, prosegue Di Lascio, di preservare le radici profonde del nostro territorio. Il provvedimento di creazione di Sabaudia è un segno di viva appartenenza, è il risultato tangibile della allora volontà di creare vita ed economia in una zona sconosciuta. Abbiamo predisposto anche una interrogazione parlamentare che nei prossimi giorni verrà presentata alla Camera dei Deputati al fine di scongiurare qualsiasi ripercussione amministrativa sulla questione. Al di là di ciò abbiamo invitato il Ministro a revocare questa decisione che a nostro parere, lo ribadiamo, appare come un gesto, si non voluto, ma infelice e non rispettoso moralmente degli uomini e delle donne che hanno sudato e lavorato per la costruzione della nostra città. La memoria va preservata e quotidianamente ricordata. Siamo convinti della sensibilità del senatore Calderoli. Il tempo per una marcia indietro esiste, visto che entro il 30 giungo il Ministro dovrà trasmettere alle Camere una relazione motivata concernente l'impatto delle abrogazioni previste. Per noi il Regio Decreto Legge del 4 agosto 1933 è da ristabilire, così come tutti gli altri atti di nascita delle città pontine, conclude Di Lascio”.
Sabaudia: “Idee e Valori”, si ad un tavolo sul disagio giovanile. Attenzione, troppi comitati sotto elezioni.
Latina: An-Pdl e Idee e Valori per il nuovo carcere. Interrogato il Ministro della Giustizia.
e Idee e Valori per il nuovo carcere. Interrogato il Ministro della Giustizia.
Il Presidente Provinciale di An Fabio Bianchi e l’Associazione Culturale “Idee e Valori” grazie al contributo dell’onorevole Marcello De Angelis, hanno presentato una interrogazione a risposta scritta inerente la questione annosa del carcere di Latina .
“A gennaio il Consiglio dei Ministri, affermano il Presidente di An Fabio Bianchi e il Segretario di Idee e Valori Flavio Di Lascio, ha dato il via libera al nuovo piano carceri nazionale designando il Capo Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, il dott.Franco Ionta, commissario straordinario per la questione. Nei giorni scorsi è stato diffuso un programma di massima per la realizzazione di una nuova, più moderna ed efficiente edilizia carceraria. L’elaborato prevede, tra le altre cose, la ristrutturazione di sezioni inutilizzate, la costruzione di nuovi padiglioni in carceri già esistenti e la realizzazione di nuovi penitenziari a Rieti, Cagliari, Trento, Savona ed altre zone. Latina, almeno in questa fase non sembra essere stata inserita. Il 6 Marzo il Cipe ha anche approvato un finanziamento di 200 milioni non ancora suddivisi. Ciò ci ha portato a presentare, per il tramite dell’onorevole Marcello De Angelis (Pdl), un’interrogazione a risposta scritta indirizzata al Ministro della Giustizia Alfano, proprio per sapere quale sia l’orientamento sulla questione carcere a Latina. E’ sotto gli occhi di tutti, proseguono Bianchi e Di Lascio, che oramai la situazione di via aspromonte non è più sostenibile, sia per i detenuti che per gli agenti della polizia penitenziaria che vi svolgono servizio. Ciò è stato ribadito non solo dall’amministrazione comunale ma da tutte le forze sociali e sindacali del territorio. Latina necessita di una struttura più moderna e funzionale. Ricordiamo che il Comune aveva individuato, in via preliminare, anche la nuova area di 13 ettari. E’ stato ottenuto il parere favorevole del Ministero delle Infrastrutture. Visto e considerato che il governo ha attuato il nuovo piano penitenziario, abbiamo chiesto al Ministro di sapere se Latina potrà essere ricompresa nelle città che vedranno nei prossimi anni la costruzione di nuovi complessi. Abbiamo sentito, concludono Bianchi e Di Lascio, il dovere morale di contribuire a questa battaglia. Il territorio necessita di questa opera che attende da troppi anni. Il sovraffollamento, la delicata posizione centrale e il disagio degli utenti presenti devono essere presi in seria considerazione nelle valutazioni del ministero. Da parte sua l’onorevole De Angelis afferma: “sono molto fiero di poter dare il mio contributo positivo al territorio pontino. Latina ha bisogno di un nuovo istituto penitenziario e sono certo che il Governo prenderà in seria considerazione tale eventualità nel programma carceri approvato ed in fase di valutazione. Anche alcuni sindacati della polizia penitenziaria mi hanno manifestato i disagi in cui sono costretti a lavorare gli agenti.”
I – UNO SCENARIO DI SFIDA E DI RISPOSTA
1. La crisi finanziaria che è esplosa in questi mesi è stata definita da tutti gli osservatori come
una vera e propria crisi economica globale, non di tipo congiunturale, ma strutturale e con
effetti quantomeno di medio periodo. Si tratta di una crisi di sistema e di una crisi di valori
che non può trovare delle risposte semplicemente tecnico-economiche. Si apre quindi una
stagione di profonda revisione di quello che Giulio Tremonti ha definito il “pensiero unico
mercatista”, che deve produrre nuovi modelli politici, culturali e valoriali.
2. Gli effetti più diretti di questa crisi sono di tipo geo-politico: la crescita dello squilibrio dei
rapporti tra il Nord ed il Sud del mondo, così come la modifica delle relazioni tra Occidente
ed Oriente. Cresceranno le tensioni tra produttori e consumatori di materie prime e di energia,
ma soprattutto aumenterà il livello di povertà e di sottosviluppo che segna ormai ogni
latitudine del pianeta. Questo fenomeno, infatti, non riguarda solo i paesi in via di sviluppo:
anche nei paesi industrializzati rischia di alzarsi la soglia di povertà toccando un numero
sempre maggiore di famiglie ed erodendo ulteriormente il potere d’acquisto dei ceti medi e
popolari. A livello planetario l’effetto più critico potrà essere una nuova spinta verso la predicazione
del fondamentalismo e le derive terroristiche, aumentando i problemi di sicurezza
e di controllo geopolitico. A livello interno, in tutti i paesi occidentali, il populismo demagogico,
a destra come a sinistra, troverà nuovi argomenti per aggregare consensi.
3. L’elezione di Barack Obama a Presidente degli Stati Uniti, oltre a suscitare simpatia e speranza
di rinnovamento, non solo negli ambienti progressisti dei paesi occidentali, porterà ad
una ridefinizione dei rapporti tra Stati Uniti ed Unione Europea. C’è da attendersi che il
nuovo Presidente USA rivolga alle nazioni europee sollecitazioni più complesse del semplice
coinvolgimento militare nelle diverse spedizioni militari contro il fondamentalismo. Questo
si aggiunge ad una oggettiva maggiore debolezza del colosso statunitense, che più di ogni
altro si deve misurare con gli effetti della crisi globale che stiamo vivendo. Il risultato sarà
una maggiore autonomia in cui l’Europa, nolente o volente, potrà e dovrà operare nel contesto
occidentale, uscendo, forse definitivamente, dall’antico dilemma sull’allineamento o
meno con gli Stati Uniti. Sarà lo stesso alleato d’oltreatlantico a sollecitarci, in nome di nuovi
principi etici e della condivisione di sforzi materiali, ad una maggiore autonomia e responsabilizzazione:
la nuova situazione richiederà quella forza e quella compattezza che l’Europa
fino ad oggi non è riuscita a costruire. E’ infatti di tutta evidenza che di fronte a queste ineludibili
sfide, l’attuale Unione Europea si presenta inadeguata sotto il profilo delle strutture
politiche comuni, della integrazione infrastrutturale, della governance. I trattati richiedono
un ulteriore aggiornamento che rimedi agli effetti paralizzanti di un allargamento fatto in
modo frettoloso e che faccia nel contempo tesoro dell’esperienza recente della crisi economica
(che ha visto il protagonismo del “concerto” dei governi e non certo quello della
Commissione). Contemporaneamente dovremo confrontarci con il peso crescente che nuovi
interlocutori, come la Russia e la Cina, assumeranno nello scenario europeo.
4. L’insieme combinato di questi effetti e di queste problematiche rafforzerà quel vento identitario
che già da molti anni soffia in Europa e che più recentemente ha portato alla vittoria
di Sarkozy in Francia e di Berlusconi in Italia. E’ un fenomeno che non può essere incanalato
dentro gli assetti istituzionali della vecchia Europa, senza una profonda riforma di questi
assetti e senza una radicale rigenerazione dei fondamenti dell’azione politica. Altrimenti crescerà
il rischio che questo vento identitario torni ad assumere caratteri negativi di intolleranza
e di xenofobia. La sconfitta storica che Nicolas Sarkozy ha inflitto a Jean-Marie Le Pen sul
versante destro della politica francese continua ad avere un valore emblematico: essa è stata
l’effetto di una grande apertura di credito al nuovo Presidente francese per realizzare un
profondo cambiamento politico e per rigenerare la forza della nazione francese. Se questa
apertura di credito si dovesse dimostrare fallimentare è presumibile che quelle spinte identitarie
tornerebbero a cercare nuovi interpreti di natura estremista e populista. Anche in
Italia una eventuale delusione delle speranze generate da Silvio Berlusconi e dal Popolo delle
Libertà tornerebbero ad alimentare le spinte demagogiche dell’antipolitica che sembravano
inarrestabili nel biennio del governo Prodi (Di Pietro, Beppe Grillo, Travaglio,...)
5. Il quadro politico in cui nasce il Popolo della Libertà è dunque, oggi più che mai, uno “scenario
di sfida e di risposta”. Di sfida e di risposta per l’Europa che si trova di fronte al bivio
tra esistere o meno come soggetto politico forte nello scenario della globalizzazione, senza
più l’alibi di scaricare le proprie responsabilità sugli Stati Uniti d’America. Di sfida e di risposta
per l’Italia che vede ridotti i margini di sostenibilità delle proprie antiche fragilità, senza
poter più rimanere sul guado di una transizione infinita. Di sfida e di risposta per il Popolo
della Libertà il cui atto di nascita e il cui progetto politico è legittimato dalla capacità di
affrontare con decisione ed efficacia i grandi nodi strutturali dello sviluppo nazionale.
6. L’Italia si trova oggi in condizione di poter sfruttare una situazione per certi versi paradossale,
perché viene colpita meno di altri paesi dalla crisi internazionale e vede ridurre le
distanze che la lasciavano indietro in termini di modernizzazione. La crisi livella verso il basso
i rendimenti delle nazioni occidentali e diminuisce i nostri gap rispetto agli altri competitori,
ma si tratta di un effetto momentaneo che si trasformerebbe in una situazione terribilmente
negativa se proprio in questo momento non venissero attuate grandi strategie di
riforma. E’ una “finestra di opportunità” che deve spingerci ad eliminare le cause di quello
che fino a qualche tempo fa veniva definito il “declino” dell’Italia. Non bisogna essere enfatici
per ribadire ancora una volta e con ancora maggiore convinzione che è necessaria una
“rivoluzione italiana”, ovvero un processo riformista profondo e globale, saldamente ancorato
a quelli che sono i valori culturali della nostra identità nazionale. Quindi, le sfide che
dovremo affrontare saranno quelle di costruire nuove formule di coesione sociale appropriate
al nostro tempo, per perseguire una visione comunitaria in grado di generare un futuro
migliore e più prospero; un modello di sviluppo in grado di sostenere la competitività del
sistema-Paese e delle imprese, valorizzando le potenzialità vincenti dell’Italia.
II – IL SIGNIFICATO DELLA NASCITA DEL POPOLO DELLA LIBERTA’
7. Non vi è dubbio che tutto il percorso di nascita del centrodestra italiano nella seconda
Repubblica sia stato contrassegnato da un altissimo tasso di innovazione. Almeno fino alla
nascita del Partito Democratico, solo sul nostro versante sono nate forze politiche realmente
innovative rispetto al sistema partitico del dopoguerra. Per fattori diversi, Alleanza
Nazionale, Forza Italia e Lega Nord hanno rappresentato la vera discontinuità che ha fatto
nascere la seconda Repubblica, mentre nel centrosinistra hanno prevalso a lungo le nostalgie
per il passato. Nella struttura delle forze politiche e soprattutto nei programmi si è realizzato
un vero e proprio rovesciamento di fronte, con la sinistra impegnata a conservare i
vecchi equilibri e il centrodestra teso a creare una vera discontinuità e a “pensare il futuro”.
8. Oggi il Popolo della Libertà è chiamato a celebrare il suo atto di fondazione in una condizione
di ambivalenza che si può rivelare pericolosa. Infatti il Pdl da un lato raccoglie le
spinte innovative di due forze inedite come Alleanza Nazionale e Forza Italia, dall’altro lato
deve incanalare queste forze, insieme ad alcuni frammenti di eredità del vecchio pentapartito
(post-democristiani, repubblicani, liberal-socialisti,…), nell’antico alveo del Partito
Popolare Europeo. Cosa prevarrà in questo passaggio? La volontà di cambiare o il ristabilir-
si di una continuità? In altri termini dobbiamo domandarci se il Pdl può riproporre per il
futuro dell’Italia una edizione riveduta e corretta della vecchia Democrazia Cristiana.
9. Nel corso della prima Repubblica il centro e la destra erano divisi e contrapposti dalla pregiudiziale
antifascista: da un lato il centro rappresentato dalla Democrazia Cristiana e dai
partiti laici, dall’altro lato la destra rappresentata dall’Msi-Dn. La sinistra è sempre stata
molto abile nell’utilizzare la pregiudiziale antifascista, per tenere diviso il fronte avversario
e soprattutto per demonizzare non solo ciò che era propriamente ascrivibile al fascismo ma
anche i valori legittimi di una destra democratica. La sinistra, ad esempio, condannava, giustamente,
il nazionalismo aggressivo del Ventennio, ma riusciva ad associare in questa condanna
i valori di Patria e di Nazione di cui il nazionalismo è solo una degenerazione.
Insomma, l’operazione compiuta dalla Sinistra nella prima Repubblica è stata quella di tenere
fuori dall’arco costituzionale non solo ciò che era realmente incompatibile con i principi
della democrazia, ma tutti i valori di destra, anche quelli propri ad una destra democratica
ed europea. Non a caso l’appellativo di “fascista” è stato di volta in volta attribuito dalla
Sinistra comunista a Fanfani come ad Andreotti, o a Craxi, al fronte referendario contro il
divorzio, all’esercito israeliano, a Nixon, fino all’attuale presidente francese, definito nell’ultima
campagna elettorale “sarko-fascio”. Purtroppo in Italia questa strategia ha trovato, fino
alla nascita di Alleanza Nazionale, un alleato oggettivo in quella destra che non riusciva a
scindere totalmente le proprie responsabilità dall’esperienza fascista, condannando senza
attenuanti la natura totalitaria ed antidemocratica di quell’ideologia e di quel regime. La
nascita di Alleanza Nazionale, con la sua rottura rispetto al passato, è stata quindi decisiva
per abbattere il muro di separazione fra il centro e la destra, creando, per la prima volta nel
dopoguerra, una destra democratica capace di svolgere in Italia un ruolo simile a quello svolto
in Spagna da Alleanza popolare (la formazione politica di Aznar precedente alla fusione
nel Partito popolare), dai conservatori in Gran Bretagna, dai gollisti in Francia, dai cristianodemocratici
e dai cristiano-sociali in Germania.
10. Anche la Democrazia Cristiana della prima Repubblica è stata artefice e vittima della
separazione fra il centro e la destra. Da un lato non si è mai impegnata a legittimare i valori
di una destra democratica, dall’altro lato si è trovata chiusa nell’anomalia tutta italiana di
un centro privo di un ancoraggio a destra e quindi proteso alla moderazione ed alla mediazione
fine a se stesse. Se viviamo in un’Italia che ancora risente delle profonde distorsioni culturali
dell’egualitarismo marxista è perché il “bipolarismo imperfetto” della prima
Repubblica era costruito su una Sinistra comunista egemone sul versante della cultura e dell’innovazione
politica e su un Centro attrezzato alla gestione del potere ma privo di un ambizioso
progetto di sviluppo per la società italiana: una gestione ordinaria e non strategica che
ha prolungato l’attesa per la modernizzazione del paese. La prima conseguenza di questa
situazione è stata la progressiva perdita di influenza nella società italiana dei valori cattolici
e dei principi della dottrina sociale della Chiesa. La seconda conseguenza è stata la totale
mancanza di una elaborazione politica su valori “di destra” come quelli di Patria, di Nazione,
di senso dello Stato, di meritocrazia e di autorità. La terza conseguenza è la subalternità del
modello di sviluppo e dei progetti di riforma agli stereotipi della sinistra marxista.
11. Quindi se il Popolo della Libertà non vuole ricadere nei limiti e negli errori del pentapartito
della prima Repubblica deve essere coscientemente il luogo politico di unità e di sintesi
dei principi del centro e della destra. Sul versante dei valori come sul versante della capacità
di guidare il cambiamento, il nuovo partito non deve essere una forza geneticamente
conservatrice o moderata. I due aspetti sono strettamente connessi: l’unità fra il centro e la
destra consente di socializzare nella maggioranza del popolo italiano valori e principi che
sono rimasti marginali durante la prima Repubblica e che sono quindi essenziali per realizzare
quel grande cambiamento che abbiamo definito come “rivoluzione italiana”.
12. Prescindendo dalle categorie di Centro e di Destra, oggi sicuramente logorate e non univoche,
pensiamo che i valori di sintesi del Popolo della Libertà possano essere quelli di libertà,
identità, comunità e autorità. In questa sintesi troviamo l’equilibrio fra la libertà della persona
umana ed il suo radicamento nelle identità comunitarie e nella nazione; il riferimento ai
valori tradizionali, alla famiglia, al senso dello Stato ed il pieno rispetto dei principi democratici
e partecipativi; la libertà del mercato e delle imprese, la sussidiarietà, la solidarietà comunitaria
e l’equità sociale; le pari opportunità e la valorizzazione del merito e dell’educazione;
la sicurezza del cittadino ed il rispetto della legalità; il controllo dei flussi migratori senza
intolleranza e senza xenofobia; il senso di un destino comune continuamente rinnovato nel
consenso democratico e nel libero confronto delle idee; la difesa dell’interesse nazionale nell’integrazione
europea ed in una cornice di coesistenza pacifica tra i popoli.
13. E’ sufficiente leggere la carta dei valori del Partito popolare europeo per comprendere
come esso sia già predisposto a questi valori, ma è altrettanto chiaro che l’entrata del Pdl
rappresenterà un altro passaggio, dopo l’arrivo dei gollisti, dei conservatori e del partito
popolare spagnolo, per far assumere al Ppe una compiuta identità di centro-destra, più
ampia del vecchio retaggio centrista e democratico-cristiano. Non è un caso che oggi l’Udc di
Casini cerchi di elevare delle barriere a Bruxelles contro l’ingresso degli uomini di An nel Ppe:
questi nostri ex-alleati sanno che questo approdo rappresenta il definitivo affermarsi anche
a livello europeo della logica bipolare. Ma questa trasformazione è necessaria: c’è bisogno
di un forte soggetto politico di centro-destra a Bruxelles per rimettere in movimento
l’Europa con il senso di una missione storica e politica nel contesto globale. Un progetto di
sviluppo economico che porti i paesi europei fuori dalla recessione mondiale non può nascere
che da una chiara visione geopolitica e dal rifiuto dei dettami del pensiero unico mercatista.
L’Europa si accorgerà che non può più delegare agli Stati Uniti l’onere e la responsabilità
di unico guardiano dell’ordine mondiale, solo se riuscirà a sviluppare un chiaro sentimento
della propria identità e del proprio comune destino. L’entrata nel Ppe quindi deve essere
vista come un approdo storico, finalizzato non tanto alla compiuta legittimazione della
Destra politica italiana, quanto alla liberazione da un’egemonia politico-culturale progressista
che ha impedito all’Unione europea di acquisire identità e progettualità politica.
14. C’è un’altra caratteristica del nuovo progetto che deve essere rivendicata con forza: il Pdl
non può essere un partito paternalista e conservatore. Se crediamo alla libertà degli individui,
alla dinamica spontanea dei gruppi sociali, alla creatività e all’innovazione, se crediamo
al cambiamento e alla rivoluzione italiana, dobbiamo puntare ad un Partito in grado di promuovere
il protagonismo e la partecipazione degli uomini e delle donne, delle famiglie,
delle comunità e dei territori che compongono l’Italia. La sinistra è stata per lungo tempo
egemone perché ad essa è stato lasciato il monopolio culturale, estetico, simbolico e retorico
del protagonismo sociale, della partecipazione e della modernizzazione. Tutti questi principi
dal ’68 in poi sono stati confusi dal fronte progressista con l’emancipazione dai valori tradizionali:
così l’emancipazione della donna è stata vista come una liberazione dalla famiglia
e dalla maternità, il protagonismo sociale come conflittualità ed egualitarismo, la partecipazione
come assemblearismo e rifiuto dell’autorità, la modernizzazione come superamento
dell’identità nazionale e dei valori tradizionali. Rifiutare tutto questo non deve significare
cadere nella trappola del paternalismo e del conservatorismo, né la modernizzazione
dell’Italia può essere pensata come un progetto elitario costruito senza il protagonismo di
ampi ceti popolari. Per guidare il cambiamento dell’Italia bisogna essere in grado di compiere
una modernizzazione identitaria, un protagonismo sociale che rigeneri il tessuto comunitario
invece di sradicarlo, una partecipazione che faccia emergere i migliori, valorizzando
responsabilità, merito e capacità di rappresentanza. I valori della tradizione, quando sono
veri e vitali, possono e debbono incarnarsi in forme sempre nuove, rigenerandosi nella libertà
degli individui, nella capacità di competere e di crescere insieme.
15. Abbiamo sottolineato la necessità di dare al riformismo del Popolo della Libertà il tratto
di una vera e propria “rivoluzione”. La nascita della Nuova Italia deve essere caratterizzata
da un vero e proprio “salto di paradigma”, ovvero dalla capacità non di migliorare, ridefinire
o riparare il modello esistente, ma di costruire un modello radicalmente nuovo, basato su
principi e compatibilità profondamente diversi dalla realtà attuale. Questo cambiamento
deve essere ricondotto nell’alveo di una reale rigenerazione istituzionale. Se guardiamo alla
Costituzione attualmente vigente scopriamo che i difetti della vecchia Italia sono tanto negli
articoli non applicati o disattesi, quanto negli articoli non scritti o da modificare. Questo vuol
dire che se nel nostro orizzonte politico ci deve essere una profonda riforma costituzionale
(da attuare non solo attraverso successivi aggiustamenti ma con l’elezione di una nuova
Assemblea costituente), con altrettanta forza dobbiamo puntare al superamento delle ipocrisie
e dei compromessi che hanno impedito a molti articoli costituzionali di essere realmente
applicati. Pensiamo all’articolo che prevede la partecipazione dei lavoratori alla vita delle
imprese, pensiamo ai molteplici diritti garantiti alle persone, alle famiglie ed ai gruppi intermedi,
alle tante promesse di giustizia civile e sociale, per renderci conto di questo paradosso:
la Costituzione italiana va tanto modificata, quanto attuata. La nostra rivoluzione deve
essere quindi più volta ad affermare e a costruire, che a negare e a distruggere. Dobbiamo
operare sulla pianta della nostra Repubblica per rafforzarne il radicamento nell’identità
nazionale, per irrobustire il tronco delle istituzioni, per offrire frutti non avvelenati da compromessi
e tradimenti. Questo atteggiamento è tanto più necessario oggi, nell’attuale crisi
della globalizzazione: dobbiamo riformare le nostre istituzioni senza indebolirle e senza
creare pericolosi vuoti di sovranità.
Questo ci porta ad una politica che deve essere intransigente senza essere faziosa, carica di
valori e di riferimenti culturali senza cadere nell’ideologia. Bisogna muoversi su un equilibrio
difficile: dobbiamo puntare a riforme profonde ma condivise, essere capaci di decidere e nel
contempo di aprire alla partecipazione, di rifiutare consociativismi ma di non rinunciare al
confronto con gli avversari politici. Quindi il problema delle riforme istituzionali appare
come uno dei nodi centrali dell´identità e della dimensione programmatica del PdL: lo Stato
non può e non deve essere visto come un male necessario da ridurre al minimo, deve diventare
la legittima sede della sovranità e il luogo entro cui la società civile protegge, organizza
e promuove se stessa.
16. Il primo problema è quello di ricostruire l’unità nazionale partendo dal basso: questo
deve essere il significato del processo federalista che in questi anni stiamo costruendo nel
non facile confronto con la Lega Nord. Ma proprio chi viene da un profondo radicamento
nell’identità nazionale deve essere consapevole di un problema e di una opportunità. Il problema
è che la nostra unità nazionale è stata compiuta solo parzialmente nel processo risorgimentale,
realizzato calando dall’alto strutture burocratiche e stataliste, livellando le identità
dei territori e creando un profondo squilibrio fra il Nord ed il Sud del Paese.
L’opportunità nasce dalla consapevolezza che federalismo deriva dalla parola “foedus“, che
significa non dividere ma unire i diversi in un “patto fiduciario”. Quindi il federalismo italiano
deve servire a rigenerare l’unità nazionale partendo dal basso, valorizzando l’identità dei
territori, promuovendo lo sviluppo locale, premiando le autonomie locali virtuose e competitive.
Questa nuova unità nazionale è chiamata a cancellare un antico paradosso: quello di
una nazione millenaria come l’Italia che non riesce a dotarsi di uno Stato unitario all’altezza
delle sue grandi tradizioni di civiltà. I cento campanili delle nostre meravigliose città, le forti
identità territoriali e regionali non sono una negazione dell’identità italiana ma il modo con
cui essa manifesta la sua ricchezza e la sua complessità. Proprio l’anniversario dei 150 anni di
unità nazionale possono essere l’occasione per affermare solennemente questa lettura storica
e questa prospettiva di cambiamento.
17. In questo nuovo contesto federale anche la città di Roma acquisisce un nuovo significato
per cancellare un ulteriore antico paradosso: quello di essere una città eterna ed universale
e contemporaneamente una mediocre capitale nazionale appesantita da sovrastrutture
burocratiche e stataliste. La nuova autonomia di Roma capitale, che sarà inserita nella riforma
federale, permetterà alla nostra città di diventare realmente una metropoli internazionale
portatrice di valori universali, punto di incontro fra il Nord ed il Sud del mondo, centro
del Mediterraneo, capitale internazionale della cooperazione allo sviluppo. Lo sviluppo globale
oggi passa attraverso le grandi aree metropolitane, dove si realizza quella concentrazione
di innovazione, ricerca e creatività che permette di produrre le punte di eccellenza che
dominano a livello internazionale. Oggi che le città-tempio del pensiero mercatista stanno
entrando in crisi e si cerca un modello di globalizzazione più rispettoso dei diritti delle persone
e dei popoli, una città come Roma può essere un grande punto di riferimento in termini
culturali e di sviluppo, in grado di guidare realmente lo sviluppo di tutta la comunità
nazionale.
18. Una caratteristica fondamentale della nostra identità nazionale è quello della qualità.
Qualità del vivere, qualità del produrre, qualità dello sviluppo. Questo è il messaggio portato
dal made in Italy e dall’italian style. Ma la qualità non si riproduce senza meritocrazia,
senza la valorizzazione delle persone più capaci, più creative e più meritevoli. Se la meritocrazia
è un fondamento per tutte le nazioni più competitive, per l’Italia costituisce una necessità
ancora più stringente. Solo su questa strada si riesce a incanalare l’individualismo italiano
su strade virtuose, a valorizzare minoranze attive realmente radicate nel contesto popolare
e istituzionale, ad aprire la strada alla creatività e a contrastare la fuga dei cervelli. Nei
concorsi, nei contratti di lavoro, nelle gare, nell’accesso al credito, nelle pari opportunità,
nella possibilità di creare un’impresa e di esercitare una professione, il merito deve essere un
nuovo fondamento, articolato su regole precise, su una costante vigilanza, su un costume
civile che non ammetta più deroghe e che sia consapevole dei vantaggi di sistema che la centralità
del merito produce. La meritocrazia non deve portare al paternalismo, ma deve essere
una virtù profondamente legata alla partecipazione democratica, alla trasparenza dei
comportamenti, all’emancipazione da ogni sudditanza.
19. L’Italia è stata accusata dalla Sinistra di essere il paese del “familismo amorale”, ovvero il
contesto in cui le persone sentono doveri solo nei confronti del proprio nucleo familiare
senza estendere gli stessi obblighi morali al contesto sociale ed alle leggi dello Stato. Da questa
contestazione i progressisti traggono alimento per rafforzare i loro attacchi all’istituto
familiare che, secondo loro, dovrebbe essere sostituito da indefinite catene di legami affettivi.
Noi invece pensiamo che la famiglia debba essere riconosciuta al centro della realtà
sociale, proprio per poterla responsabilizzare rispetto agli altri livelli di appartenenza comunitaria.
La famiglia si chiude in se stessa e può diventare luogo di aberrazioni quando si sente
assediata da un contesto ostile dal punto di vista sociale economico e culturale. Tutte le esperienze
ci dimostrano che il decadimento dei valori familiari o l’appartenenza a famiglie disagiate,
indeboliscono le personalità, non solo dei figli ma anche dei genitori, rendono più difficile
il processo di formazione educativa, diminuiscono la propensione alla solidarietà ed alla
partecipazione. La famiglia è il fulcro della socializzazione primaria, quella che plasma ogni
persona e la prepara al vivere in società: la famiglia pertanto non può che essere il nostro
punto di riferimento primario e prioritario. È tempo quindi di uscire dall’equivoco e realizzare
quella vera politica della famiglia che fino ad oggi è mancata in Italia, ricostruendo su
questo fondamento tutte le politiche sociali, educative e valoriali. La carenza di risorse ci
impone di procedere non solo per correttivi, ma con un vero cambiamento di modello: è
necessario redistribuire le risorse esistenti valorizzando il nucleo familiare invece del singolo
individuo. In questo modo è possibile realizzare la riforma fiscale del quoziente familiare
senza ridurre drammaticamente il gettito delle imposte, aiutando le famiglie numerose e
monoreddito, consentendo a tutte le coppie di avere figli senza sopportare problemi economici
insostenibili. Ugualmente, solo l’applicazione del principio di sussidiarietà può permettere,
in campo educativo ed in campo sociale, di realizzare quel diritto alla libertà di scelta
che valorizza le famiglie e la loro autonomia. Famiglie che possono scegliere, possono più
facilmente radicarsi in contesti comunitari, nell’associazionismo sociale, nelle comunità territoriali,
nelle reti formative. In questo modo la famiglia non è un’isola a se stante ma il centro
di cerchi concentrici che rappresentano le diverse appartenenze comunitarie.
20. Il valore della vita deve tornare centrale in un paese a bassissimo tasso di natalità, che, in
virtù dell’aumento della speranza di vita, invecchia progressivamente. La politica della natalità
deve essere allora il principale fondamento della politica per la famiglia ma deve anche
aiutare a combattere la piaga degli aborti e degli abbandoni. Ogni nuovo nato deve essere
considerato un bene della comunità nazionale e nessuna madre, nessuna gestante, in nessuna
condizione, deve sentirsi abbandonata a se stessa. La creazione della cosiddetta “social
card”, utile in ogni contesto di disagio sociale, è particolarmente necessaria per le gestanti e
per i bambini in tenera età, mentre il rafforzamento della rete degli asili nido e l’abolizione
dell’IVA sui prodotti dell’infanzia sono ormai traguardi per tutte le politiche sociali europee.
Gli ospedali, i consultori, i centri di assistenza devono costituire la rete in grado di offrire
questi ed altri servizi alla vita che si riproduce. Nell’estremo opposto della vita dobbiamo
misurarci con le necessità dei non auto-sufficienti, dei disabili gravi, dei malati terminali,
degli anziani. L’ipocrisia dell’eutanasia, l’abbandono della terza età, gli equivoci del testamento
biologico, devono trovare risposte intransigenti a difesa del diritto alla vita fino alla
morte naturale. Qui e non altrove si vede la forza di una civiltà che crede davvero nel valore
della vita e nel rispetto della persona.
21. Tra i grandi pericoli che segnano la nostra comunità nazionale emerge con forza il rischio
educativo, un rischio che ha volti diversi ma che si traduce nell’interruzione della continuità
generazionale e nella riduzione degli orizzonti di futuro per i più giovani. Si sostiene da più
parti che dal dopoguerra la nostra è la prima generazione di italiani che non è più in grado
di promettere un futuro migliore ai propri figli e questa difficoltà deriva anche dalla crescente
difficoltà di dare una formazione forte e competitiva ai giovani. Il rischio educativo si
manifesta nel dilagare del bullismo, del cinismo, del nichilismo e della “cultura dello sballo”
tra i giovani, nell’abbassamento del livello culturale e formativo delle nostre scuole, nella difficoltà
di costruire percorsi professionali all’altezza dei tempi e della crescita tecnologica. La
possibilità di scelta di tutte le famiglie tra scuola pubblica e scuola privata, la riforma della
scuola e dell’università in chiave meritocratica per garantire a tutti un vero diritto allo studio,
la possibilità di responsabilizzare il mondo studentesco con una vera partecipazione alla
vita della scuola senza il ritorno ad un anacronistico paternalismo, una massiccia diffusione
della pratica sportiva in tutti i territori ed in tutti i contesti sociali come strumento educativo,
un grande programma di investimenti pubblici e privati sulle strutture formative e di
ricerca, sono le priorità che emergono come risposta a questa emergenza.
22. Dopo la valorizzazione della famiglia l’ulteriore obiettivo che ci viene indicato dal principio
di sussidiarietà è il riconoscimento della autonomia e della partecipazione della società
civile organizzata. Il riconoscimento dei corpi intermedi, la valorizzazione delle autonomie
funzionali (inserendo in questa definizione non solo le università e le camere di commercio
ma anche gli ordini professionali), il protagonismo delle organizzazioni non profit e dell’associazionismo
sociale, la responsabilità sociale delle imprese, il riconoscimento giuridico
delle parti sociali e una concertazione ispirata ad obiettivi reali di sviluppo, sono le articolazioni
di questa nuova politica sociale, civile ed economica. Non si supera lo statalismo e l’ingerenza
della “casta politica” senza questo nuovo modello partecipativo, che deve puntare
in tutti i settori a valorizzare le competenze, le rappresentanze e la responsabilità degli atto-
ri sociali rispetto all’interesse pubblico e al bene comune. L’Italia è sempre stata caratterizzata
da una grande ricchezza della propria società civile che, invece di essere demonizzata
come un insieme di corporazioni e di lobby, deve essere mobilitata verso obiettivi comuni.
La dinamica sociale non viene paralizzata dal riconoscimento di questo tessuto, se si
evita sistematicamente il prevalere di monopoli in ogni settore di vita sociale ed economica.
La concorrenza, la competitività, la mobilità sociale non sono bloccati dai gruppi intermedi,
che anzi rendono più ricca questa dinamica, ma dalle posizioni dominanti e dalle oligarchie
che si possono formare con più facilità proprio nelle “società molecolari e fluide”
dove gli individui non hanno radicamento e appartenenza. A questo serve la democrazia
partecipativa nei diversi contesti sociali ed economici: ad evitare posizioni di potere inamovibili
e irresponsabili.
23. La partecipazione politica si deve realizzare attraverso un riordino della democrazia rappresentativa
e il rilancio della democrazia diretta. La democrazia rappresentativa deve portare
a un riconoscimento giuridico dei partiti politici, che devono garantire la propria democrazia
interna e la trasparenza nelle scelte dei candidati attraverso le preferenze o le primarie.
Si esce dai pericoli della “casta politica” e della “questione morale” anche attraverso una
legge per il riconoscimento delle lobby, più trasparenti forme di finanziamento della politica
e l’alleggerimento della filiera delle istituzioni di rappresentanza politiche. Non possiamo
essere il paese dove si vota per le circoscrizioni, per i comuni, per le province, per le regioni,
per il Parlamento e per il Parlamento europeo: dobbiamo abolire o accorpare questi passaggi,
e diminuire il numero degli eletti ad ogni livello per ridurre i costi della politica e per rendere
trasparente la rappresentanza. Contemporaneamente, la democrazia diretta deve
acquisire un maggiore peso con l’elezione diretta dei vertici esecutivi dal Presidente della
Repubblica o del Governo, fino al Presidente della Regione, secondo un antico principio presidenzialista
e decisionista oggi rilanciato dalle proposte di Silvio Berlusconi. La revisione
della legge elettorale e la riforma costituzionale sulla forma di governo sono gli ulteriori passaggi
di questo processo riformatore che ci deve consegnare dei vertici politico-istituzionali
più snelli, più decisionisti e più responsabili.
24. Al di sotto dei vertici politico-istituzionali ci sono gli apparati della pubblica amministrazione,
dello stato e degli enti locali. Inserire criteri di meritocrazia, di produttività, di efficacia,
di efficienza, di valutazione e di trasparenza in tutti questi contesti, deve essere uno dei
grandi obiettivi della rivoluzione italiana, comprendendo che le nostre istituzioni si devono
riorganizzare per “corpi” autonomi e responsabili. Invece di continuare a inseguire utopie
da “Stato minimo” che oggi vengono abbandonate anche dai paesi più liberisti per fare
fronte alla crisi economica globale, bisogna rendersi conto che l’apparato pubblico ha e continuerà
ad avere un peso determinante nel nostro modello di sviluppo. Questo vale per la
riforma della Giustizia, che deve rendere più responsabile la Magistratura e più certi e più
rapidi i tempi dei processi. Per l’azione amministrativa, che deve essere anch’essa commisurata
su tempi certi, su una informatizzazione al servizio della trasparenza e su un atteggiamento
di servizio e di collaborazione nei confronti dei cittadini. Per il rapporto tra Stato centrale
ed autonomie locali, dove la continuità dell’azione amministrativa e la leale collaborazione,
devono essere garantite da poche e forti agenzie pubbliche al servizio dei diversi livelli
istituzionali. Vale il principio dei “corpi” dotati di autonomia e sottoposti a responsabilità:
le agenzie pubbliche, i Ministeri, le authority, gli apparati istituzionali, le Magistrature, le
autonomie locali, devono sviluppare un loro “spirito di corpo” in grado di sviluppare emulazione
e gerarchie reali, senza diventare caste intoccabili; devono rispondere al controllo della
democrazia e delle leggi con trasparenza e lealtà.
25. Nelle Istituzioni il “nocciolo duro” è costituito da coloro che portano la divisa: non si può
dare dignità al nostro apparato pubblico senza ridare dignità alle forze armate e alle forze
dell’ordine. Su di esse poggia il principio della sicurezza e della legalità che sono diventate
prioritarie aspirazioni tra tutti i cittadini. La sicurezza, che un tempo poteva sembrare una
prerogativa per le classi agiate, oggi è diventata un primario “bisogno sociale” tanto più
avvertito dagli strati popolari e dalle categorie più deboli. In una società aperta e in una economia
globale il rispetto delle regole, delle leggi e della sicurezza delle persone, dei patrimoni
e dei beni pubblici è un esigenza primaria la cui importanza aumenta costantemente.
Superate le ideologie del permissivismo, che hanno causato le recenti sconfitte della sinistra,
non si tratta di creare un regime repressivo o uno stato di polizia. Si tratta al contrario di
creare una sicurezza sussidiaria e partecipata che coinvolga tutti i cittadini in uno sforzo
comune per far rispettare le regole e per controllare il territorio, su questa strada l’ordine
pubblico diventa un modo di stare insieme, di ricostruire il legame sociale, di riappropriarsi
delle strade e delle piazze delle città, in altri termini di promuovere e di diffondere senso
civico e rispetto della legalità. Ai giovani bisogna insegnare a distinguere la cultura della
festa dalla “cultura dello sballo”, rompendo l’identificazione tra divertimento e perdita di
ogni autocontrollo. Non a caso il vertice massimo dell’illegalità è rappresentato da quella criminalità
organizzata che sempre tende ad essere “contropotere”, ovvero imposizione di un
dominio perverso che cresce nella latitanza dello Stato e delle istituzioni. Al fondo di ogni
permissivismo non c’è nessuna libertà ma solo il sorgere di poteri negativi che schiacciano la
dignità della personalità umana, abusando di una falsa libertà fuori dalle regole, che dunque
libertà non è e non può essere.
26. Se nel Sud dell’Italia il pericolo principale per la sicurezza e la legalità è rappresentato
dalla criminalità organizzata, nel centro-nord questo pericolo è alimentato dai flussi migratori
incontrollati. I principi di cittadinanza e di ospitalità, governati dal rapporto tra diritti e
doveri, sono i punti di riferimento che evitano di cadere nelle contraddizioni dell’intolleranza
e del buonismo. La cittadinanza è incardinata su un principio di identità che non può venire
meno: una identità non chiusa, non xenofoba, ma consapevole di alcune verità contenute
nella nostra civiltà e nella nostra cultura che non possono essere messe in discussione da
nessun multiculturalismo improvvisato e superficiale. Si tratta di rispettare le nostre leggi, di
venire in Italia per lavorare e per integrarsi, di rispettare la dignità della persona umana, in
particolare delle donne, la storia e la cultura del nostro popolo. In questo modo integrazione
e legalità divengono le due facce della stessa medaglia e non si creano identità religiose
ed etniche chiuse e ostili rispetto al nostro contesto sociale.
27. La crisi finanziaria globale impone una profonda revisione della nostra politica economica
che dopo anni di liberismo ideologico e astratto deve tornare a un approccio realistico e
pragmatico. Si tratta di ricostruire un progetto di “economia mista centrata sull’impresa” e
un modello di sviluppo fondato sulla qualità del Made in Italy. Negli anni della prima
Repubblica il modello di economia mista rappresentato dalle partecipazioni statali è andato
progressivamente degenerando perché era centrato non sul valore dell’impresa ma sulla
tutela dei posti di lavoro e sulla ingerenza della mediazione politica: si sono così costruiti i
famosi “carrozzoni pubblici” finalizzati a distribuire occupazione attraverso la clientela politica,
perdendo di vista sia la competitività aziendale, sia lo spirito di servizio che doveva contraddistinguerli.
Eppure, nonostante queste degenerazioni, ancora oggi buona parte delle
grandi imprese a più alto contenuto tecnologico sono, in tutto o in parte, di proprietà pubblica.
Se oggi il “colbertismo”, la difesa dell’interesse nazionale e i fondi sovrani ci spingono
a recuperare un principio di economia mista, possiamo tutelarci dal ricadere nelle degenerazioni
del passato solo se poniamo al centro di questo modello il valore dell’impresa, in termini
non solo di occupazione, ma di competitività, di ricerca e innovazione, di concorrenza,
di produttività. La distorsione del mercato non deriva dalla presenza del pubblico, ma dalla
presenza di monopoli, di posizioni dominanti e di aiuti di stato distorsivi. Ridare valore alle
imprese, sia come grande impresa motore di ricerca, sia come piccola e media impresa, moto-
re di innovazione e flessibilità, significa trovare nuovi dinamici equilibri in grado di dare
forza all’economia reale del nostro paese. A questo si deve aggiungere un sistema di fondi
di garanzia e di fondi sovrani di investimento in grado di alimentare, nel pubblico come nel
privato, progetti imprenditoriali realmente competitivi, investimenti infrastrutturali, consumi
qualificati. Sul modello di sviluppo è evidente la necessità di valorizzare le risorse del territorio
e della nostra identità nazionale e culturale. Il Made in Italy e l’Italian style sono concetti
che rimandano al patrimonio costituito dai nostri valori turistici, ambientali e culturali,
alla nostra produzione agroalimentare, alla nostra posizione geopolitica al centro del
Mediterraneo, alle nostre tradizioni artigianali ed artistiche, alle nostre università, alla nostra
creatività. Quando si indica un principio identitario al modello di sviluppo non si persegue
un orgoglio autarchico e nazionalista, ma si ricercano vantaggi competitivi, specificità e
punte di eccellenza all’interno del mercato globale. L’Italia può recuperare un proprio ruolo
nell’economia europea promuovendo “campioni nazionali” al rango di “campioni europei”,
trovando cooperazioni economiche paritarie su grandi progetti di innovazione e di ricerca e
promuovendo una integrazione infrastrutturale che valorizzi la nostra posizione logistica al
centro del Mediterraneo. L’Italia, come abbiamo già detto, deve tornare a mettere con forza
in primo piano la realtà del suo Mezzogiorno e quella del Mediterraneo, nell’ottica della sua
funzione storica di ponte tra l’Europa e il Nord Africa, tra l’Europa e il Vicino Oriente.
28. Per finanziare questa trasformazione economica sono necessarie nuove ingenti risorse
finanziarie che non possono essere ottenute spremendo ulteriormente i già esausti capitoli
del nostro bilancio statale e locale. Occorre compiere grandi e coraggiose operazioni che
incidano sulle grandi voci di spesa improduttiva che esistono ancora nel nostro paese e sulla
messa a valore dell’ancora sterminato patrimonio immobiliare pubblico. Da questo punto di
vista esistono molteplici ricette che non vengono attuate per veti incrociati di singole forze
politiche, per equivoci sulle tutele sociale, per interessi di lobby. Ecco perché soltanto un
grande partito in grado di sovrastare questi veti e questi interessi particolari può elaborare
queste grandi riforme generatrici di risparmi non marginali, in grado di rimettere in moto la
nostra economia. Il criterio generale e coerente deve essere quello di puntare al taglio, al
dimagrimento, alla semplificazione dei livelli ed Enti politico-amministrativi, salvaguardando
al contempo i poli erogatori di servizi primari essenziali ai territori e prossimali alle comunità.
Contemporaneamente bisogna spingere fino alla sua piena realizzazione la trasformazione
della Cassa Depositi e Prestiti nel senso indicato dal Ministro Tremonti, in pieno e produttivo
concerto con le Fondazioni bancarie e sviluppare in Italia (sul modello di grandi
paesi europei ed extra-europei, da quelli scandinavi al Canada) una adeguata cultura, un
diffuso know-how e un favorevole contesto normativo orientati allo sviluppo del project
financing e dei PPP (public/private partnerships) in generale, soprattutto per le grandi
opere infrastrutturali.
29. Infine la politica estera. Abbiamo accennato alla nuova era dei rapporti con gli Stati Uniti
che si apre con la presidenza Obama, all’influenza crescente che sta esercitando la Russia sul
nostro continente, al nuovo protagonismo che caratterizza la Francia di Sarkozy, aggiungiamo
la consapevolezza di come lo scenario mediterraneo e mediorientale si muova con sempre
maggiori gradi di autonomia. La conseguenza è che la politica estera della nuova Italia
deve passare sempre più attraverso la strada europea, dove troverà interlocutori meno impolitici,
più attivi e quindi più disposti ad assumersi responsabilità internazionali. Inserirsi nell’asse
franco-tedesco, ricostruire un nocciolo duro dell’Europa volto più all’integrazione che
all’allargamento, impegnarsi per esercitare un ruolo crescente nel Mediterraneo in vista dell’aera
di libero scambio euro-mediterraneo, elaborare politiche di cooperazione allo sviluppo
tra il Nord e il Sud del mondo: tutti questi non sono obiettivi impossibili per un Italia saldamente
ancorata nell’Unione Europea. Questo deve essere il nuovo modo di stare
nell’Occidente, che non sarà più articolato in Stati Uniti iper-interventisti e in una Europa
passivamente pacifista. Con la presidenza Obama e con la crisi internazionale è veramente
giunto il tempo di un Occidente articolato su due pilastri di pari dignità e di pari responsabilità,
consapevoli di dover esercitare un ruolo attivo all’interno della globalizzazione. Il
nostro interesse nazionale (che non è più un argomento tabù) si potrebbe articolare su tre
livelli distinti e allo stesso tempo complementari: 1) la condivisione delle politiche europee
con un maggiore impegno italiano nella costruzione di una strategia comune partecipata
che tenga conto delle diverse anime, ma che si sintetizzi in una posizione unitaria; 2) il rafforzamento
del rapporto transatlantico che non significa subalternità a Washington, bensì
una visione del mondo ragionata e non più condizionata da una scelta di campo, più o meno
obbligata, come nell’epoca della Guerra Fredda; 3) la promozione di un’Europa a dimensione
mediterranea, nella quale Bruxelles contribuisca fattivamente, anche alla soluzione dell’annoso
conflitto israelo-palestinese. In altri termini occorre tenere presente che la riscoperta
dell’interesse nazionale impone la responsabilità delle scelte.
IV – REGOLE E PARTECIPAZIONE NEL NUOVO PARTITO
30. Il Popolo della Libertà si è storicamente costituito sulla leadership di Silvio Berlusconi, sul
co-protagonismo di Gianfranco Fini e sulla elaborazione culturale di Giulio Tremonti. Chi
mette in discussione il ruolo di queste personalità esce fuori dalla storia che ha permesso la
costituzione di questo grande partito. Ma la classe dirigente che si è formata in questi 15
anni ha anche la responsabilità di creare un tessuto organizzativo che deve permettere al Pdl
di strutturare un proprio radicamento sul territorio e di garantire processi di partecipazione
democratica anche a livello centrale. Il progetto politico del centrodestra rimarrà fragile se
poggerà solo sulle spalle dei leader, ruotando attorno agli incarichi istituzionali che questi
leader di volta in volta assumono. In altri termini il governo di centrodestra, come le grandi
amministrazioni locali e regionali, devono avere dietro le spalle una struttura partitica in
grado di gestire le mediazioni politiche, di mantenere un contatto vivo e attivo con l’elettorato,
di formare e selezionare nuovi quadri dirigenti. Tutto questo non può essere solo un
operazione di immagine e di comunicazione, pur sapendo l’importanza decisiva che questa
dimensione porta con sé. Insomma dobbiamo porci il problema di costruire un partito strutturato
su regole democratiche precise, su stabili geometrie organizzative, su meccanismi di
adesione che siano chiari e trasparenti.
31. Se il Popolo della Libertà avrà queste caratteristiche di partito solido e vero lo si vedrà
immediatamente nel congresso di fondazione. Tutta la sociologia dei partiti politici ci insegna
che i momenti di fondazione assegnano alle organizzazioni politiche un imprinting
genetico che diventa poi difficilmente cancellabile o modificabile. Quindi sarebbe molto
pericoloso scavalcare la scadenza del congresso di marzo rinviando il problema delle regole
e dell’organizzazione al “dopo-Berlusconi” e questo non solo per il sapore “iettatorio” che
assumerebbe nei confronti del nostro leader. La fondazione del Pdl va fatta in modo serio e
coerente come serio e coerente sarà il riconoscimento della leadership di Silvio Berlusconi.
32. Tutto questo non significa immaginare la costruzione di un partito di vecchia concezione,
fatto di pacchetti di tessere, di correnti, di fumosi documenti ideologici e di interminabili
mediazioni. Ma non bisogna commettere l’errore opposto di seguire l’effimero per l’effimero,
perché proprio la triste vicenda del Partito Democratico di Veltroni ci dimostra che
questa può essere una via suicida. Walter Veltroni è stato capace di bruciare in pochi mesi lo
sforzo ambizioso di fusione tra i post-comunisti e i post-democristiani, la coraggiosa rottura
con la sinistra massimalista e la sua stessa leadership pazientemente alimentata tra le scenografie
immaginarie del “modello Roma”. Tutto questo è accaduto per il peccato originale
di un eccesso di comunicazione effimera: i candidati-immagine inventati e privi di qualsiasi
spessore politico, gli organi di partito pletorici e umiliati dalla totale mancanza di dibattito,
lo sbrigativo ricorso alle primarie finte dei gazebo. Si tratta di errori da non ripetere,
anche se la forza e la leadership di Berlusconi è ben superiore a quella di Veltroni.
33. Si tratta di definire il modello di un partito aperto ma ben organizzato, capace di raccogliere
le spinte della democrazia diretta e della società civile organizzata. Il doppio livello
di iscrizione, articolato tra “registrazione” ai gazebo e via internet e adesione più strutturata,
può essere un valido punto di partenza. Chi si limita a registrarsi avrà l’elettorato
attivo, chi aderisce avrà anche elettorato passivo per essere eletto negli organi dirigenti,
ma l’adesione ai gazebo diventa qualificante se connessa a una reale partecipazione a processi
decisionali significativi: non si possono lanciare i gazebo su decisioni sostanzialmente
marginali e poi non utilizzarli ad esempio quando si tratta di scegliere un candidato a
Sindaco o un candidato a Presidente di regione. Altrimenti si rischia di non raccogliere
attorno ai gazebo l’attenzione delle persone più qualificate, poco disponibili a farsi coinvolgere
in processi decisionali non significativi. Tutto ciò è tanto più indispensabile quanto
meno si ritiene di far ricorso alle preferenze nei diversi gradi elettorali: l’eletto deve
misurarsi in prima persona con il radicamento territoriale altrimenti si finisce per rompere
definitivamente il rapporto tra gli elettori e i loro rappresentanti.
34. Gli organi dirigenti del partito devono raccogliere gli eletti nei diversi livelli istituzionali
e dal partito, ma devono anche comprendere esponenti della società civile disposti a
entrare nell’agone politico. Un rappresentante di associazioni di categoria, un grande professionista,
un imprenditore, un presidente di un’associazione di volontariato, deve entrare
negli organismi di partito sulla base della propria qualificazione sociale e deve essere
sperimentato nell’attività di partito prima di eventuali candidature, proprio per misurare
la sua attitudine a fare politica e a rappresentare l’elettorato. Ecco perché una quota degli
organi dirigenti deve essere riservato a questa categoria di persone.
35. Non si può credere alla meritocrazia e alla partecipazione nella società e non credere
negli stessi valori all’interno del partito. Ecco perché il Popolo della Libertà non può non
sviluppare e coltivare forme di militanza che mettano alla prova aderenti e dirigenti, ma
che siano anche un modo di sviluppare insieme uno spirito di amicizia e di comunità.
Questa militanza politica non deve essere chiusa in se stessa ma si deve incrociare con una
militanza sociale in grado di lanciare grandi messaggi a tutta la popolazione. Lanciare
giornate di pulizia dentro i quartieri e nell’ambiente naturale, giornate di solidarietà sociale
rivolta alle fasce sociali disagiate, giornate di educazione civica rivolte ai giovani, è un
modo di fare comunicazione attraverso il partito, di contribuire al bene comune e di sviluppare
la forza movimentista del Popolo della Libertà. Un modo nuovo e antico di dimostrare
che il Pdl è fatto non da professionisti della politica, da aridi gestori di potere, ma
da cittadini normali che vogliono donare una parte del loro tempo per risolvere i problemi.
36. Decisivo sarà in tutto questo processo il territorio, non solo come organizzazione di
partito, ma come governo degli Enti Locali. Siamo assistendo alla rovinosa fine della stagione
di supremazia del centro sinistra nell’amministrazione locale: la Campania, Napoli,
l’Abruzzo, la Calabria e il Comune di Roma sono tutti passaggi della fine di questo ciclo
che ormai sopravvive soltanto nelle Regioni rosse. Un tempo il centro destra, pur riuscendo
a vincere a livello nazionale come movimento di opinione, subiva l’egemonia della sinistra
in termini territoriali, oggi la situazione si può radicalmente capovolgere. Per evitare
che tutto questo sia soltanto un avvicendamento di poltrone è necessario far crescere una
nuova generazione di amministratori locali che rappresentino anche una classe dirigente
di ricambio per il Popolo della Libertà. Si tratta di creare modelli di amministrazione, di svi-
luppo locale e di partecipazione territoriale che siano realmente innovativi e che concretizzino
la spinta verso il Federalismo che si sta realizzando in questi mesi. Il PDL nascerà nel
Congresso di marzo, ma metterà le sue radici nel territorio nelle prossime elezioni amministrative
e nelle Regionali del 2010.
37. Infine la formazione culturale: nel corso degli anni sono sorti attorno al Pdl circoli e
fondazioni capaci di alimentare il dibattito e la cultura politica. Queste esperienze devono
mantenere una loro forza di autonomia e di spontaneità ma devono contribuire ad una
formazione obbligatoria per chi aspira ad essere classe dirigente. Per tanti anni gli eletti
imparavano sul campo cosa è un bilancio statale o locale, cosa è una delibera, come si scrive
una legge e quali sono i contenuti tecnici delle diverse politiche settoriali. Questo tirocinio
sul campo non potrà mai essere abolito perché è il sale della democrazia ma deve
essere meno estemporaneo e meno autodidattico per migliorare la qualità della produzione
politica. Le fondazioni e i circoli, insomma, devono strutturalmente assumere il ruolo
che un tempo era delle “scuole di partito” non dando alla formazione un valore ideologico
ma un valore pratico, tecnico, strettamente agganciato alle università ed ai centri di
ricerca. E’ evidente che c’è anche una formazione legata ai valori e ad una cultura prettamente
politica: questa, in un partito di persone libere, deve essere il più possibile affidata
alla totale spontaneità dei percorsi senza ripetere vecchie logiche di indottrinamento, ma
al contempo senza indebolire e ridurre l’elaborazione culturale “alta”, funzione tipica e
qualificante delle fondazioni. VERSIONE SCARICABILE SU WWW.CIRCOLINUOVAITALIA.ORG